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IL GIORNO
  ♦ Il mattino
  ♦ Il meriggio
  ♦ Il vespro
  ♦ La notte
 
ODI
  ♦ I L'innesto del vaiuolo
  ♦ II La salubrità dell'aria
  ♦ III La vita rustica
  ♦ IV Il bisogno
  ♦ V Il brindisi
  ♦ VI La impostura
  ♦ VII Il piacere e la virtú
  ♦ VIII La primavera
  ♦ IX La educazione
  ♦ XXV Alla Musa
 
TERZINE
  ♦ Per le nozze di Rosa Giuliani...
 
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IL VESPRO



Ma degli augelli e de le fere il giorno
E de' pesci squammosi e de le piante
E dell'umana plebe al suo fin corre.
Già sotto al guardo de la immensa luce
Sfugge l'un mondo: e a berne i vivi raggi
Cuba s'affretta e il Messico e l'altrice
Di molte perle California estrema:
E da' maggiori colli e dall'eccelse
Rocche il sol manda gli ultimi saluti
All'Italia fuggente; e par che brami
 







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Rivederti o Signor prima che l'Alpe
O l'Appennino o il mar curvo ti celi
Agli occhi suoi. Altro finor non vide
Che di falcato mietitore i fianchi
Su le campagne tue piegati e lassi,
E su le armate mura or braccia or spalle
Carche di ferro, e su le aeree capre
Degli edifici tuoi man scabre e arsicce,
E villan polverosi innanzi ai carri
Gravi del tuo ricolto, e sui canali
 



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E su i fertili laghi irsuti petti
Di remigante che le alterne merci
A' tuoi comodi guida ed al tuo lusso;
Tutti ignobili aspetti. Or colui veggia
Che da tutti servito a nullo serve.
    Pronto è il cocchio felice. Odo le rote,
Odo i lieti corsier che all'alma sposa
E a te suo fido cavalier nodrisce
Il placido marito. Indi la pompa
Affrettasi de' servi; e quindi attende
 



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Con insigni berretti e argentee mazze
Candida gioventú che al corso agogna
I moti espor de le vivaci membra:
E nell'audace cor forse presume
A te rapir de la tua bella i voti.
    Che tardi omai? Non vedi tu com'ella
Già con morbide piume ai crin leggeri
La bionda che svaní polve rendette;
E con morbide piume in su la guancia
Fe' piú vermiglie rifiorir che mai
 



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Le dall'aura predate amiche rose?
Or tu nato di lei ministro e duce
L'assisti all'opra; e di novelli odori
La tabacchiera e i bei cristalli aurati
Con la perita mano a lei rintègra:
Tu il ventaglio le scegli adatto al giorno;
E tenta poi fra le giocose dita
Come agevole scorra. Oh qual con lieti
Né ben celati a te guardi e sorrisi
Plaude la dama al tuo sagace tatto!
 



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    Ecco ella sorge; e del partir dà cenno:
Ma non senza sospetti e senza baci
A le vergini ancelle il cane affida,
Al par de' giochi al par de' cari figli
Grave sua cura: e il misero dolente
Mal tra le braccia contenuto e i petti
Balza e guaisce in suon che al rude vulgo
Ribrezzo porta di stridente lima;
E con rara celeste melodia
Scende agli orecchi de la dama e al core.
 



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    Mentre cosí fra i generosi affetti
E le intese blandizie e i sensi arguti
E del cane e di sé la bella oblia
Pochi momenti; tu di lei piú saggio
Usa del tempo: e a chiaro speglio innante
I bei membri ondeggiando alquanto libra
Su le gracili gambe; e con la destra
Molle verso il tuo sen piegata e mossa
Scopri la gemma che i bei lini annoda;
E in un di quelle ond'hai sí grave il dito
 



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L'invidiato folgorar cimenta:
Poi le labbra componi; ad arte i guardi
Tempra qual piú ti giova; e a te sorridi.
Al fin tu da te sciolto, ella dal cane,
Ambo al fin v'appressate. Ella dai lumi
Spande sopra di te quanto a lei lascia
D'eccitata pietà l'amata belva;
E tu sopra di lei dagli occhi versi
Quanto in te di piacer destò il tuo volto.
Tal seguite ad amarvi: e insieme avvinti,
 



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Tu a lei sostegno, ella di te conforto,
Itene omai de' cari nodi vostri
Grato dispetto a provocar nel mondo.
    Qual primiera sarà che dagli amati
Voi sul vespro nascente alti palagi
Fuor conduca o signor voglia leggiadra?
Fia la santa Amistà, non piú feroce
Qual ne' prischi eccitar tempi godea
L'un per l'altro a morir gli agresti eroi;
Ma placata e innocente al par di questi
 



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Onde la nostra età sorge sí chiara
Di Giove alti incrementi. Oh dopo i tardi
De lo specchio consigli e dopo i giochi,
Dopo le mense, amabil dea, tu insegni
Come il giovin marchese al collo balzi
Del giovin conte; e come a lui di baci
Le gote imprima; e come il braccio annode
L'uno al braccio dell'altro; e come insieme
Passeggino elevando il molle mento
E volgendolo in guisa di colombe;
 



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E palpinsi e sorridansi e rispondansi
Con un vezzoso «tu». Tu fra le dame
Sul mobil arco de le argute lingue
I già pronti a scoccar dardi trattieni
S'altra giugne improvviso a cui rivolti
Pendean di già: tu fai che a lei presente
Non osin dispiacer le fide amiche:
Tu le carche faretre a miglior tempo
Di serbar le consigli. Or meco scendi;
E i generosi ufici e i cari sensi
 



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Meco detta al mio eroe; tal che, famoso
Per entro al suon de le future etadi,
E a Pilade s'eguagli e a quel che trasse
Il buon Tesèo da le tenarie foci.
    Se dai regni che l'Alpe o il mar divide
Dall'italico lido in patria or giunse
Il caro amico; e dai perigli estremi
Sorge d'arcano mal, che in dubbio tenne
Lunga stagione i fisici eloquenti,
Magnanimo garzone andrai tu forse
 



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Trepido ancora per l'amato capo
A porger voti sospirando? Forse
Con alma dubbia e palpitante i detti
E i guardi e il viso esplorerai de' molti
Che il giudizio di voi menti sí chiare
Fra i primi assunse d'Esculapio alunni?
O di leni origlieri all'omer lasso
Porrai sostegno; e vital sugo ai labbri
Offrirai di tua mano? O pur con lieve
Bisso il madido fronte a lui tergendo,
 



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E le aurette agitando, il tardo sonno
Inviterai a fomentar con l'ali
La nascente salute? Ahi no; tu lascia,
Lascia che il vulgo di sí tenui cure
Le brevi anime ingombri; e d'un sol atto
Rendi l'amico tuo felice a pieno.
    Sai che fra gli ozi del mattino illustri,
Del gabinetto al tripode sedendo,
Grand'arbitro del bello oggi creasti
Gli eccellenti nell'arte. Onor cotanto
 



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Basti a darti ragion su le lor menti
E su l'opre di loro. Util ciascuno
A qualch'uso ti fia. Da te mandato,
Con acuto epigramma il tuo poeta
La mentita virtú trafigger puote
D'una bella ostinata: e l'elegante
Tuo dipintor può con lavoro egregio
Tutti dell'amicizia onde ti vanti
Compendiar gli ufici in breve carta;
O se tu vuoi che semplice vi splenda
 



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Di nuda maestade il tuo gran nome;
O se in antica lapide imitata
Inciso il brami; o se in trofeo sublime
Accumulate a te mirar vi piace
Le domestiche insegne, indi un lione
Rampicar furibondo e quindi l'ale
Spiegar l'augel che i fulmini ministra,
Qua timpani e vessilli e lance e spade,
E là scettri e collane e manti e velli
Cascanti argutamente. Ora ti vaglia
 



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Questa carta o signor serbata all'uopo;
Or fia tempo d'usarne. Esca e con essa
Del caro amico tuo voli a le porte
Alcun de' nunci tuoi; quivi deponga
La tessera beata; e fugga; e torni
Ratto su l'orme tue, pietoso eroe,
Che già pago di te ratto a traverso
E de' trivi e del popolo dilegui.
    Già il dolce amico tuo nel cor commosso,
E non senza versar qualche di pianto
 



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Tenera stilla, il tuo bel nome or legge,
Seco dicendo: «Oh ignoto al duro vulgo
Sollievo almo de' mali! Oh sol concesso
Facil commercio a noi alme sublimi
E d'affetti e di cure! Or venga il giorno
Che sí grate alternar nobili veci
A me sia dato!» Tale sbadigliando
Si lascia da la man lenta cadere
L'amata carta; e te la carta e il nome
Soavemente in grembo al sonno oblia.
 



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    Tu fra tanto colà rapido il corso
Declinando intraprendi ove la dama
Co' labbri desiosi e il premer lungo
Del ginocchio sollecito ti spigne
Ad altre opre cortesi. Ella non meno
All'imperio possente, ai cari moti
Dell'amistà risponde. A lei non meno
Palpita nel bel petto un cor gentile.
    Che fa l'amica sua? Misera! Ieri,
Qual fusse la cagion, fremer fu vista
 



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Tutta improvviso, ed agitar repente
Le vaghe membra. Indomito rigore
Occupolle le cosce; e strana forza
Le sospinse le braccia. Illividiro
I labbri onde l'Amor l'ali rinfresca;
Enfiò la neve de la bella gola;
E celato candor dai lini sparsi
Effuso rivelossi agli occhi altrui.
Gli Amori si schermiron con la benda;
E indietro rifuggironsi le Grazie.
 



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In vano il cavaliere, in van lo sposo
Tentò frenarla, in van le damigelle
Che su lo sposo e il cavaliere e lei
Scorrean col guardo, e poi ristrette insieme
Malignamente sorrideansi in volto.
Ella truce guatando curvò in arco
Duro e feroce le gentili schiene;
Scalpitò col bel piede; e ripercosse
La mille volte ribaciata mano
Del tavolier ne le pugnenti sponde.
 



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Livida pesta scapigliata e scinta
Al fin stancò tutte le forze; e cadde
Insopportabil pondo sopra il letto.
    Né fra l'intime stanze o fra le chiuse
Gemine porte il prezioso evento
Tacque ignoto molt'ore. Ivi la Fama
Con uno il colse de' cent'occhi suoi;
E il bel pegno rapito uscí portando
Fra le adulte matrone, a cui segreto
Dispetto fanno i pargoletti Amori,
 



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Che da la maestà degli otto lustri
Fuggon volando a piú scherzosi nidi.
Una è fra lor che gli altrui nodi or cela
Comoda e strigne; or d'ispida virtude
Arma suoi detti; e furibonda in volto
E infiammata negli occhi alto declama
Interpreta ingrandisce i sagri arcani
Degli amorosi gabinetti; e a un tempo
Odiata e desiata eccita il riso
Or co' propri misterii or con gli altrui.
 



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La vide, la notò, sorrise alquanto
La volatile dea, disse: «Tu sola
Sai vincere il clamor de la mia tromba».
Disse, e in lei si mutò. Prese il ventaglio,
Prese le tabacchiere, il cocchio ascese;
E là venne trottando ove de' grandi
È il consesso piú folto. In un momento
Lo sbadigliar s'arresta. In un momento
Tutti gli occhi e gli orecchi e tutti i labbri
Si raccolgono in lei: ed ella al fine,
 



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E ansando e percotendosi con ambe
Le mani le ginocchia, il fatto espone
E del fatto le origini riposte.
Riser le dame allor, pronte domane
A fortuna simíl, se mai le vaghe
Lor fantasie commoverà negato
Dai mariti compenso a un gioco avverso,
O in faccia a lor per deità maggiore
Negligenza d'amante, o al can diletto
Nata súbita tosse: e rise ancora
 



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La tua dama con elle: e in cor dispose
Di teco visitar l'egra compagna.
    Ite al pietoso uficio, itene or dunque:
Ma lungo consigliar duri tra voi
Pria che a la meta il vostro cocchio arrive.
Se visitar, non già veder l'amica
Forse a voi piace, tacita a le porte
La volubile rota il corso arresti:
E il giovanetto messagger salendo
Per le scale sublimi a lei v'annunzi,
 



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Sí che voi non volenti ella non voglia.
Ma se vaghezza poi ambo vi prende
Di spiar chi sia seco, e di turbarle
L'anima un poco, e ricercarle in volto
De' suoi casi la serie, il cocchio allora
Entri: e improvviso ne rimbombi e frema
L'atrio superbo. Egual piacere inonda
Sempre il cor de le belle o che opportune
O giungano importune alle lor pari.
    Già le fervide amiche ad incontrarse
 



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Volano impazienti; un petto all'altro
Già premonsi abbracciando; alto le gote
D'alterni baci risonar già fanno;
Già, strette per la man, co' dotti fianchi
Ad un tempo amendue cadono a piombo
Sopra il sofà. Qui l'una un sottil motto
Vibra al cor dell'amica: e ai casi allude
Che la Fama narrò: quella repente
Con un altro l'assale. Una nel viso
Di bell'ire s'infiamma: e l'altra i vaghi
 



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Labbri un poco si morde: e cresce in tanto
E quinci ognor piú violento e quindi
Il trepido agitar dei duo ventagli.
Cosí, se mai al secol di Turpino
Di ferrate guerriere un paro illustre
Si scontravan per via, ciascuna ambiva
L'altra provar quel che valesse in arme;
E dopo le accoglienze oneste e belle
Abbassavan lor lance e co' cavalli
Urtavansi feroci; indi infocate
 



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Di magnanima stizza i gran tronconi
Gittavan via de lo spezzato cerro,
E correan con le destre agli elsi enormi.
Ma di lontan per l'alta selva fiera
Un messagger con clamoroso suono
Venir s'udiva galoppando; e l'una
Richiamare a re Carlo, o al campo l'altra
Del giovane Agramante. Osa tu pure,
Osa invitto garzone il ciuffo e i ricci
Sí ben finti stamane all'urto esporre
 



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De' ventagli sdegnati: e, a nuove imprese
La tua bella invitando, i casi estremi
De la pericolosa ira sospendi.
    Oh solenne a la patria oh all'orbe intero
Giorno fausto e beato al fin sorgesti
Di non piú visto in ciel roseo splendore
A sparger l'orizzonte. Ecco la sposa
Di Ramni eccelsi l'inclit'alvo al fine
Sgravò di maschia desiata prole
La prima volta. Da le lucid'aure
 



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Fu il nobile vagito accolto a pena,
Che cento messi a precipizio usciro
Con le gambe pesanti e lo spron duro
Stimolando i cavalli, e il gran convesso
Dell'etere sonoro alto ferendo
Di scutiche e di corni: e qual si sparse
Per le cittadi popolose, e diede
Ai famosi congiunti il lieto annunzio:
E qual per monti a stento rampicando
Trovò le rocche e le cadenti mura
 



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De' prischi feudi ove la polve e l'ombra
Abita e il gufo; e i rugginosi ferri
Sopra le rote mal sedenti al giorno
Di novo espose, e fe' scoppiarne il tuono;
E i gioghi de' vassalli e le vallee
Ampie e le marche del gran caso empiéo.
Né le muse devote, onde gran plauso
Venne l'altr'anno a gl'imenei felici,
Già si tacquero al parto. Anzi, qual suole
Là su la notte dell'ardente agosto
 



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Turba di grilli, e piú lontano ancora
Innumerabil popolo di rane
Sparger d'alto frastuono i prati e i laghi,
Mentre cadon su lor fendendo il buio
Lucide strisce, e le paludi accende
Fiamma improvvisa che lambisce e vola;
Tal sorsero i cantori a schiera a schiera;
E tal piovve su lor foco febeo,
Che di motti ventosi alta compaggine
Fe' dividere in righe, o in simil suono
 



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Uscir pomposamente. Altri scoperse
In que' vagiti Alcide, altri d'Italia
Il soccorso promise, altri a Bizanzio
Minacciò lo sterminio. A tal clamore
Non ardí la mia Musa unir sue voci:
Ma del parto divino al molle orecchio
Appressò non veduta; e molto in poco
Strinse dicendo: «Tu sarai simíle
Al tuo gran genitore».
 



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