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MSDE Catullo Parini Foscolo Gozzano Anarchie Sardinia Laurasia

 

IL GIORNO
  ♦ Il mattino
  ♦ Il meriggio
  ♦ Il vespro
  ♦ La notte
 
ODI
  ♦ I L'innesto del vaiuolo
  ♦ II La salubrità dell'aria
  ♦ III La vita rustica
  ♦ IV Il bisogno
  ♦ V Il brindisi
  ♦ VI La impostura
  ♦ VII Il piacere e la virtú
  ♦ VIII La primavera
  ♦ IX La educazione
  ♦ XXV Alla Musa
 
TERZINE
  ♦ Per le nozze di Rosa Giuliani...
 
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LA NOTTE



Né tu contenderai, benigna Notte,
Che il mio giovane illustre io cerchi e guidi
Con gli estremi precetti entro al tuo regno.
    Già di tenebre involta e di perigli,
Sola squallida mesta alto sedevi
Su la timida terra. Il debil raggio
De le stelle remote e de' pianeti,
Che nel silenzio camminando vanno,
Rompea gli orrori tuoi sol quanto è d'uopo
A sentirli assai piú. Terribil ombra
 







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Giganteggiando si vedea salire
Su per le case e su per l'alte torri
Di teschi antiqui seminate al piede.
E upupe e gufi e mostri avversi al sole
Svolazzavan per essa; e con ferali
Stridi portavan miserandi augúri.
E lievi dal terreno e smorte fiamme
Sorgeano in tanto; e quelle smorte fiamme
Di su di giú vagavano per l'aere
Orribilmente tacito ed opaco;
 



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E al sospettoso adultero, che lento
Col cappel su le ciglia e tutto avvolto
Entro al manto sen gía con l'armi ascose,
Colpieno il core, e lo strignean d'affanno.
E fama è ancor che pallide fantasime
Lungo le mura dei deserti tetti
Spargean lungo acutissimo lamento,
Cui di lontano per lo vasto buio
I cani rispondevano ululando.
    Tal fusti o Notte allor che gl'inclit'avi,
 



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Onde pur sempre il mio garzon si vanta,
Eran duri ed alpestri; e con l'occaso
Cadean dopo lor cene al sonno in preda;
Fin che l'aurora sbadigliante ancora
Li richiamasse a vigilar su l'opre
Dei per novo cammin guidati rivi
E sui campi nascenti; onde poi grandi
Furo i nipoti e le cittadi e i regni.
    Ma ecco Amore, ecco la madre Venere,
Ecco del gioco, ecco del fasto i Genii,
 



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Che trionfanti per la notte scorrono,
Per la notte, che sacra è al mio signore.
Tutto davanti a lor tutto s'irradia
Di nova luce. Le inimiche tenebre
Fuggono riversate; e l'ali spandono
Sopra i covili, ove le fere e gli uomini
Da la fatica condannati dormono.
Stupefatta la Notte intorno vedesi
Riverberar piú che dinanzi al sole
Auree cornici, e di cristalli e spegli
 



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Pareti adorne, e vesti varie, e bianchi
Omeri e braccia, e pupillette mobili,
E tabacchiere preziose, e fulgide
Fibbie ed anella e mille cose e mille.
Cosí l'eterno Caos, allor che Amore
Sopra posovvi e il fomentò con l'ale,
Sentí il generator moto crearsi,
Sentí schiuder la luce; e sé medesmo
Vide meravigliando e i tanti aprirsi
Tesori di natura entro al suo grembo.
 



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    O de' miei studi glorioso alunno,
Tu seconda me dunque, or ch'io t'invito
Glorie novelle ad acquistar là dove
O la veglia frequente o l'ampia scena
I grandi eguali tuoi, degna degli avi
E dei titoli loro e di lor sorte
E dei pubblici voti, ultima cura
Dopo le tavolette e dopo i prandi
E dopo i corsi clamorosi occúpa.
    Or dove ahi dove senza me t'aggiri,
 



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Lasso! da poi che in compagnia del sole
T'involasti pur dianzi agli occhi miei?
Qual palagio ti accoglie; o qual ti copre
Dai nocenti vapor ch'Espero mena
Tetto arcano e solingo; o di qual via
L'ombre ignoto trascorri, ove la plebe
Affrettando tenton s'urta e confonde?
    Ahimè, tolgalo il ciel, forse il tuo cocchio,
Ove il varco è piú angusto, il cocchio altrui
Incontrò violento: e qual dei duo
 



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Retroceder convegna; e qual star forte,
Dispútano gli aurighi alto gridando.
Sdegna invitto garzon sdegna d'alzare
Fra il rauco suon di stèntori plebei
Tu' amabil voce; e taciturno aspetta,
Sia che a l'un piaccia rovesciar dal carro
Lo suo rivale; o rovesciato anch'esso
Perigliar tra le rote; e te per l'alto
De lo infranto cristal mandar carpone.
Ma l'avverso cocchier d'un picciol urto
 



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Pago sen fugge o d'un resister breve:
Al fin libero andrai. Tu non pertanto
Doman chiedi vendetta; alto sonare
Fa' il sacrilego fatto; osa, pretendi,
E i tribunali minimi e i supremi
Sconvolgi agita assorda: il mondo s'empia
Del grave caso; e per un anno almeno
Parli di te, de' tuoi corsier, del cocchio
E del cocchiere. Di sí fatte cose
Voi progenie d'eroi famosi andate
 



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Ne le bocche degli uomini gran tempo.
    Forse ciarlier fastidioso indugia
Te con la dama tua nel vuoto corso.
Forse a nova con lei gara d'ingegno
Tu mal cauto venisti: e già la bella
Teco del lungo repugnar s'adira;
Già la man che tu baci arretra, e tenta
Liberar da la tua; e già minaccia
Ricovrarsi al suo tetto, e quivi sola
Involarse ad ognuno in fin che il sonno
 



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Venga pietoso a tranquillar suoi sdegni.
Tu in van chiedi mercé; di mente in vano
Tu a lei te stesso sconsigliata incolpi:
Ella niega placarse. Il cocchio freme
Dell'alterno clamore; e il cocchio in tanto
Giace immobil fra l'ombra: e voi sue care
Gemme il bel mondo impaziente aspetta.
Ode il cocchiere al fin d'ambe le voci
Un comando indistinto; e bestemmiando
Sferza i corsieri; e via precipitando
 



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Ambo vi porta: e mal sa dove ancora.
    Folle! Di che temei? Sperdano i venti
Ogni augurio infelice. Ora il mio eroe
Fra l'amico tacer del vuoto corso
Lieto si sta la fresca òra godendo
Che dal monte lontan spira e consola.
Siede al fianco di lui lieta non meno
L'altrui cara consorte. Amor nasconde
La incauta face; e il fiero dardo alzando
Allontana i maligni. O nume invitto,
 



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Non sospettar di me; ch'io già non vegno
Invido esplorator, ma fido amico
De la coppia beata, a cui tu vegli.
E tu signor tronca gl'indugi. Assai
Fur gioconde quest'ombre, allor che prima
Nacque il vago desio, che te congiunse
All'altrui cara sposa or son due lune.
Ecco il tedio a la fin serpe tra i vostri
Cosí lunghi ritiri: e tempo è ormai
Che in piú degno di te pubblico agone
 



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Splendano i genii tuoi. Mira la Notte,
Che col carro stellato alta sen vola
Per l'eterea campagna; e a te col dito
Mostra Tèseo nel ciel, mostra Polluce,
Mostra Bacco ed Alcide e gli altri egregi,
Che per mille d'onore ardenti prove
Colà fra gli astri a sfolgorar saliro.
Svégliati ai grandi esempi; e meco affretta.
    Loco è, ben sai, ne la città famoso,
Che splendida matrona apre al notturno
 



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Concilio de' tuoi pari, a cui la vita
Fora senza di ciò mal grata e vile.
Ivi le belle e di feconda prole
Inclite madri ad obliar sen vanno
Fra la sorte del gioco i tristi eventi
De la sorte d'amore, onde fu il giorno
Agitato e sconvolto. Ivi le grandi
Avole auguste e i genitor leggiadri
De' già celebri eroi il senso e l'onta
Volgon degli anni a rintuzzar fra l'ire
 



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Magnanime del gioco. Ivi la turba
De la feroce gioventú divina
Scende a pugnar con le mutabil arme
Di vaghi giubboncei, d'atti vezzosi,
Di bei modi del dir stamane appresi;
Mentre la vanità fra il dubbio marte
Nobil furor ne' forti petti inspira;
E, con vario destin dando e togliendo
La combattuta palma, alto abbandona
I leggeri vessilli all'aure in preda.
 



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    Ecco che già di cento faci e cento
Gran palazzo rifulge. Multiforme
Popol di servi baldanzosamente
Sale scende s'aggira. Urto e fragore
Di rote, di flagelli e di cavalli
Che vengono che vanno, e stridi e fischi
Di gente, che domandan che rispondono,
Assordan l'aria all'alte mura intorno.
Tutto è strepito e luce. O tu, che porti
La dama e il cavalier dolci mie cure,
 



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Primo di carri guidator, qua volgi;
E fra il denso di rote arduo cammino
Con olimpica man splendi; e, d'un corso
Subentrando i grand'atri, a dietro lascia
Qual pria le porte ad occupar tendea.
Quasi a propria virtú, plauda al gran fatto
Il generoso eroe: plauda la bella,
Che con l'agil pensier scorre gli aurighi
De le dive rivali; e novi al petto
Sente nascer per te teneri orgogli.
 



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    Ma il bel carro s'arresta: e a te, signore,
A te prima di lei sceso d'un salto,
Affidata la dea, lieve balzando,
Col sonante calcagno il suol percote.
Largo dinanzi a voi fiammeggi e grondi,
Sopra l'ara de' numi ad arder nato,
Il tesoro dell'api: e a lei da tergo
Pronta di servi mano a terra proni
Lo smisurato lembo alto sospenda:
Somma felicità, che lei separa
 



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Da le ricche viventi, a cui per anco,
Misere! sopra il suol l'estrema veste
Sibila per la polvere strisciando.
    Ahi, se fresco sdegnuzzo i vostri petti
Dianzi forse agitò, tu chino e grave
A lei porgi la destra; e seco innoltra,
Quale ibero amador quando, raccolta
Dall'un lato la cappa, contegnoso
Guida l'amanza a diportarsi al vallo,
Dove il tauro, abbassando i corni irati,
 



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Spinge gli uomini in alto; o gemer s'ode
Crepitante giudeo per entro al foco.
Ma no; ché l'amorosa onda pacata
Oggi siede per voi: e, quanto è d'uopo
A vagarvi il piacer, solo la increspa
Una lieve aleggiando aura soave.
Snello adunque e vivace offri a la bella
Mollemente piegato il destro braccio
Ella la manca v'inserisca. Premi
Tu col gomito un poco. Anch'ella un poco
 



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Ti risponda premendo; e a la tua lena
Dolce peso a portar tutta si doni,
Mentre a piccioli salti ambo affrettate
Per le sonanti scale alto celiando.
    Oh come al tuo venir gli archi e le volte
De' gran titoli tuoi forte rimbombano!
Come a quel suon volubili le porte
Cedono spalancate; ed a quel suono
Degna superbia in cor ti bolle; e face
L'anima eccelsa rigonfiar piú vasta!
 



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Entra in tal forma; e del tuo grande ingombra
Gli spazi fortunati. Ecco di stanze
Ordin lungo a voi s'apre. Altra di servi
Infimo gregge alberga, ove tra lampi
Di molteplice lume acceso e spento,
E fra sempre incostanti ombre, schiamazza
Il sermon patrio e la facezia e il riso
Dell'energica plebe. Altra di vaghi
Zazzerati donzelli è certa sede,
Ove accento stranier misto al natio
 



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Molle susurra: e s'apparecchia in tanto
Copia di carte e multiforme avorio,
Arme l'uno a la pugna, indice l'altro
D'alti cimenti e di vittorie illustri.
Al fin piú interna, e di gran luce e d'oro
E di ricchi tapeti aula superba
Sta servata per voi prole de' numi.
Io, di razza mortale ignoto vate,
Come ardirò di penetrar fra i cori
De' semidei, ne lo cui sangue in vano
 



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Gocciola impura cercheria con vetro
Indagator colui che vide a nuoto
Per l'onda genitale il picciol uomo?
Qui tra i servi m'arresto; e qui da loro
Nuove del mio signor virtudi ascose
Tacito apprenderò. Ma tu sorridi,
Invisibil Camena; e me rapisci
Invisibil con te fra li negati
Ad ogn'altro profano aditi sacri.
    Già il mobile de' seggi ordine augusto
 



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Sovra i tiepidi strati in cerchio volge:
E fra quelli eminente i fianchi estende
Il grave canapè. Sola da un lato
La matrona del loco ivi si posa;
E con la man, che lungo il grembo cade,
Lentamente il ventaglio apre e socchiude
Or di giugner è tempo. Ecco le snelle
E le gravi per molto adipe dame,
Che a passi velocissimi s'affrettano
Nel gran consesso. I cavalieri egregi
 



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Lor camminano a lato: ed elle, intorno
A la sede maggior vortice fatto
Di sé medesme, con sommessa voce
Brevi note bisbigliano; e dileguansi
Dissimulando fra le sedie umíli.
    Un tempo il canapè nido giocondo
Fu di risi e di scherzi, allor che l'ombre
Abitar gli fu grato ed i tranquilli
Del palagio recessi. Amor primiero
Trovò l'opra ingegnosa. «Io voglio» ei disse
 



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«Dono a le amiche mie far d'un bel seggio,
Che tre ad un tempo nel suo grembo accoglia.
Cosí, qualor degl'importuni altronde
Volga la turba, sederan gli amanti
L'uno a lato dell'altro, ed io con loro».
Disse; percosse ambe le palme; e l'ali
Aprí volando impaziente all'opra.
Ecco il bel fabbro lungo pian dispone
Di tavole contesto e molli cigne;
A reggerlo vi dà vaghe colonne
 



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Che del silvestre Pane i piè leggieri
Imitano scendendo; al dorso poi
V'alza patulo appoggio: e il volge ai lati,
Come far soglion flessuosi acanti,
O ricche corna d'arcade montone.
Indi, predando a le vaganti aurette
L'ali e le piume, le condensa e chiude
In tumido cuscin, che tutta ingombri
La macchina elegante: e al fin l'adorna
Di molli sete e di vernici e d'oro.
 



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300
Quanto il dono d'Amor piacque a le belle!
Quanti pensier lor balenaro in mente!
Tutte il chiesero a gara: ognuna il volle
Ne le stanze piú interne: applause ognuna
A la innata energia del vago arnese,
Mal repugnante e mal cedente insieme
Sotto ai mobili fianchi. Ivi sedendo
Si ritrasser le amiche; e, da lo sguardo
De' maligni lontane, ai fidi orecchi
Si mormoraro i delicati arcani.
 



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310
Ivi la coppia degli amanti, a lato
Dell'arbitra sagace, o i nodi strinse,
O calmò l'ira, e nuove leggi apprese.
Ivi sovente l'amador faceto
Raro volume all'altrui cara sposa
Lesse spiegando; e con sorrisi arguti
Fe' tra i fogli notar lepida imago.
Il fortunato seggio invidia mosse
De le sedie minori al popol vario:
E fama è che talora invidia mosse
 



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Anco ai talami stessi. Ah perché mai,
Vinto da insana ambizione uscío
Fra lo immenso tumulto e fra il clamore
De le veglie solenni! Avvi due Genii
Fastidiosi e tristi, a cui dier vita
L'Ozio e la Vanità, che noti al nome
Di Puntiglio e di Noia, erran cercando
Gli alti palagi e le vigilie illustri
De la prole de' numi. Un ne le mani
Porta verga fatale, onde sospende
 



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Ne' miseri percossi ogni lor voglia;
E di macchine al par, che l'arte inventi,
Modera l'alme a suo talento e guida:
L'altro piove dagli occhi atro vapore;
E da la bocca sbadigliante esala
Alito lungo, che sembiante ai pigri
Soffi dell'austro, si dilata e volve,
E d'inane torpor le menti occúpa.
Questa del canapè coppia infelice
Allor prese l'imperio; e i risi e i giochi
 



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Ed Amor ne sospinse. Il trono è questo
Ove le madri de le madri eccelse
De' primi eroi esercitan lor tosse;
Ove l'inclite mogli, a cui beata
Rendon la vita titoli distinti,
Sbadigliano distinte. Ah, se tu sai,
Fuggi ratto o signor, fuggi da tanto
Pernicioso influsso: e là fra i seggi
De le piú miti dee, quindi remoto,
Con l'alma gioventú scherza e t'allegra.
 



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    Quanta folla d'eroi! Tu, che modello
D'ogni nobil virtú, d'ogn'atto eccelso,
Esser dei fra' tuoi pari, i pari tuoi
A conoscere apprendi; e in te raccogli
Quanto di bello e glorioso e grande
Sparse in cento di loro arte o natura.
Altri di lor ne la carriera illustre
Stampa i primi vestigi; altri gran parte
Di via già corse; altri a la meta è giunto.
In vano il vulgo temerario agli uni
 



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360
Di fanciulli dà nome; e quelli adulti,
Questi già vegli di chiamare ardisce:
Tutti son pari. Ognun folleggia e scherza;
Ognun giudica e libra; ognun del pari
L'altro abbraccia e vezzeggia: in ciò soltanto
Non simili tra lor, che ognun sua cura
Ha diletta fra l'altre onde piú brilli.
    Questi è l'almo garzon che con maestri
Da la scutica sua moti di braccio
Desta sibili egregi; e l'ore illustra
 



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L'aere agitando de le sale immense,
Onde i prischi trofei pendono e gli avi.
L'altro è l'eroe che da la guancia enfiata
E dal torto oricalco ai trivi annuncia
Suo talento immortal, qualor dall'alto
De' famosi palagi emula il suono
Di messagger, che frettoloso arrive.
Quanto è vago a mirarlo allor che in veste
Cinto spedita, e con le gambe assorte
In amplo cuoio, cavalcando ai campi
 



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Rapisce il cocchio, ove la dama è assisa
E il marito e l'ancella e il figlio e il cane!
    Quegli or esce di là dove ne' fori
Si ministran bevande ozio e novelle.
Ei v'andò mattutin, partinne al pranzo,
Vi tornò fino a notte: e già sei lustri
Volgon da poi che il bel tenor di vita
Giovinetto intraprese. Ah chi di lui
Può sedendo trovar piú grati sonni,
O piú lunghi sbadigli;, o piú fiate
 



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390
D'atro rapè solleticar le nari,
O a voce popolare orecchi e fede
Prestar piú ingordo e declamar piú forte?
    Ecco che il segue del figliuol di Maia
Il piú celebre alunno, al cui consiglio
Nel gran dubbio de' casi ognaltro cede:
Sia che dadi versati, o pezzi eretti,
O giacenti pedine, o brevi o grandi
Carte mescan la pugna. Ei sul mattino
Le stupide micranie o l'aspre tossi
 



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400
Molce giocando a le canute dame.
Ei, già tolte le mense, i nati or ora
Giochi a le belle declinanti insegna.
Ei la notte raccoglie a sé d'intorno
Schiera d'eroi, che nobil estro infiamma
D'apprender l'arte, onde l'altrui fortuna
Vincasi e domi; e del soave amico
Nobil parte de' campi all'altro ceda.
    Vuoi su lucido carro in dí solenne
Gir trionfando al corso? Ecco quell'uno,
 



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Che al lavor ne presieda. E legni e pelli
E ferri e sete e carpentieri e fabbri
A lui son noti: e per l'Ausonia tutta
È noto ei pure. Il Calabro di feudi
E d'ordini superbo, i duchi e i prenci,
Che pascon Mongibello, e fin gli stessi
Gran nipoti romani a lui sovente
Ne commetton la cura: ed ei sen vola
D'una in altra officina in fin che sorga,
Auspice lui, la fortunata mole.
 



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420
Poi di tele ricinta, e contro all'onte
De la pioggia e del sol ben forte armata,
Mille e piú passi l'accompagna ei stesso
Fuor de le mura; e con soave sguardo
La segue ancor sin che la via declini.
    Vedi giugner colui che, di cavalli
Invitto domator, divide il giorno
Fra i cavalli e la dama. Or de la dama
La man tiepida preme; or de' cavalli
Liscia i dorsi pilosi, ovver col dito
 



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Tenta a terra prostrato i ferri e l'ugna.
Aimè misera lei quando s'indice
Fiera altrove frequente! Ei l'abbandona;
E per monti inaccessi e valli orrende
Trova i lochi remoti, e cambia o merca.
Ma lei beata poi quand'ei sen torna
Sparso di limo; e novo fasto adduce
Di frementi corsieri; e gli avi loro
E i costumi e le patrie a lei soletta
Molte lune ripete! Or vedi l'altro,
 



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Di cui piú diligente o piú costante
Non fu mai damigella o a tesser nodi
O d'aurei drappi a separar lo stame.
A lui turgide ancora ambe le tasche
Son d'ascose materie. Eran già queste
Prezioso tapeto, in cui distinti
D'oro e lucide lane i casi apparvero
D'Ilio infelice: e il cavalier, sedendo
Nel gabinetto de la dama, ormai
Con ostinata man tutte divise
 



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450
In fili minutissimi le genti
D'Argo e di Frigia. Un fianco solo avanza
De la bella rapita; e poi l'eroe,
Pur giunto al fin di sua decenne impresa,
Andrà superbo al par d'ambo gli Atridi.
    Ma chi l'opre diverse o i vari ingegni
Tutti esprimer poria, poi che le stanze
Folte già son di cavalieri e dame?
Tu per quelle t'avvolgi. Ardito e baldo
Vanne, torna, ti assidi, ergiti, cedi,
 



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460
Premi, chiedi perdono, odi, domanda,
Sfuggi, accenna, schiamazza, entra e ti mesci
Ai divini drappelli; e, a un punto empiendo
Ogni cosa dite, mira e conosci.
    Là i vezzosi d'Amor novi seguaci
Lor nascenti fortune ad alta voce
Confidansi all'orecchio; e ridon forte;
E saltellando batton palme a palme:
Sia che a leggiadre imprese Amor li guidi
Fra le oscure mortali; o che gli assorba
 



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De le dive lor pari entro alla luce.
Qui gli antiqui d'Amor noti campioni
Con voci esíli, e dall'ansante petto
Fuor tratte a stento, rammentando vanno
Le superate al fin tristi vicende.
Indi gl'imberbi eroi, cui diede il padre
La prima coppia di destrier pur ieri,
Con animo viril celiano al fianco
Di provetta beltà, che ai risi loro
Alza scoppi di risa; e il nudo spande,
 



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480
Che di veli mal chiuso i guardi cerca,
Che il cercarono un tempo. Indi gli adulti,
A la cui fronte il primo ciuffo appose
Fallace parrucchier, scherzan vicini
A la sposa novella; e di bei motti
Tendonle insidia, ove di lei s'intrichi
L'alma inesperta e il timido pudore.
Folli! Ché ai detti loro ella va incontro
Valorosa cosí come una madre
Di dieci eroi. V'ha in altra parte assiso
 



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490
Chi di lieti racconti ovver di fole
Non ascoltate mai raro promette
A le dame trastullo; e ride e narra
E ride ancor, benché a le dame in tanto
Sovra l'arco de' labbri aleggi e penda
Insolente sbadiglio. Avvi chi altronde
Con fortunato studio in novi sensi
Le parole converte; o i simil suoni
Pronto a colpir, divinamente scherza.
Alto al genio di lui plaude il ventaglio
 



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500
De le pingui matrone, a cui la voce
Di vernacolo accento anco risponde.
Ma le giovani madri, al latte avvezze
Di piú nuove dottrine, il sottil naso
Aggrinzan fastidite; e pur col guardo
Chieder sembran pietade ai belli spirti
Che lor siedono a lato; e a cui gran copia
D'erudita efemeride distilla
Volatile scienza entro a la mente.
Altri altrove pugnando audace innalza
 



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Sovra d'ogn'altro il palafren ch'ei sale,
O il poeta o il cantor che lieti ei rende
De le sue mense. Altri dà vanto all'else
Lucido e bello de la spada, ond'egli
Solo, e per casi non piú visti, al fine
Fu dal piú dotto anglico artier fornito.
Altri grave nel volto ad altri espone
Qual per l'appunto a gran convito apparve
Ordin di cibi; ed altri, stupefatto,
Con profondo pensier con alte dita
 



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520
Conta di quanti tavolieri a punto
Grande insolita veglia andò superba.
Un fra l'indice e il medio inflessi alquanto,
Molle ridendo, al suo vicin la gota
Preme furtivo; e l'un da tergo all'altro
Il pendente cappel sotto all'ascella
Ratto invola: e del colpo a sé dà plauso.
    Qual d'ogni lato i molti servi in tanto,
E seggi e tavolieri e luci e carte,
Supellettile augusta entran portando?
 



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530
E sordo stropicciar di mossi scanni,
E cigolio di tavole spiegate,
Odo vagar fra le sonanti risa
Di giovani festivi e fra le acute
Voci di dame cicalanti a un tempo,
Come intorno a selvaggio antico moro
Sull'imbrunir del dí garrulo stormo
Di frascheggianti passere novelle?
    Sola in tanto rumor tacita siede
La matrona del loco: e, chino il fronte
 



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540
E increspate le ciglia, i sommi labbri
Appoggia in sul ventaglio, arduo pensiere
Macchinando tra sé. Medita certo
Come al candor come al pudor si deggia
La cara figlia preservar, che torna
Doman dai chiostri, ove il sermon d'Italia
Pur giunse ad obliar, meglio erudita
De le galliche grazie. Oh qual dimane
Nei genitor, ne' convitati, a mensa
Ben cicalando ecciterai stupore,
 



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550
Bella fra i lari tuoi vergin straniera!
    Errai. Nel suo pensier volge di cose
L'alta madre d'eroi mole piú grande:
E nel dubbio crudel col guardo invoca
De le amiche l'aita; e a sé con mano
Il fido cavalier chiede a consiglio.
Qual mai del gioco ai tavolier diversi
Ordin porrà, che de le dive accolte
Nulla obliata si dispetti; e nieghi
Piú qui tornare ad aver scorno ed onte?
 



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560
Come, con pronto antiveder, del gioco
Il dissimil tenore ai genii eccelsi
Assegnerà conforme; ond'altri poi
Non isbadigli lungamente, e pianga
Le mal gittate ore notturne, e lei
De lo infelice oro perduto incolpi?
Qual paro e quale al tavolier medesmo
E di campioni e di guerriere audaci
Fia che tra loro a tenzonar congiunga:
Sí che giammai, per miserabil caso,
 



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570
La vetusta patrizia, ella e lo sposo
Ambo di regi favolosa stirpe,
Con lei non scenda al paragon, che al grado
Per breve serie di scrivani or ora
Fu de' nobili assunta, e il cui marito
Gli atti e gli accenti ancor serba del monte?
Ma che non può sagace ingegno e molta
D'anni e di casi esperienza? Or ecco
Ella compose i fidi amanti; e lungi
De la stanza nell'angol piú remoto
 



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580
Il marito costrinse, a dí sí lieti
Sognante ancor d'esser geloso. Altrove
Le occulte altrui, ma non fuggite all'occhio
Dotto di lei benché nascenti a pena
Dolci cure d'amor, fra i meno intenti
O i meno acuti a penetrar nell'alte
Dell'animo latèbre, in grembo al gioco
Pose a crescer felici: e già in duo cori
Grazia e mercé de la bell'opra ottiene.
Qua gl'illustri e le illustri; e là gli estremi
 



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590
Ben seppe unir de' novamente compri
Feudi, e de' prischi gloriosi nomi
Cui mancò la fortuna. Anco le piacque
Accozzar le rivali, onde spiarne
I mal chiusi dispetti. Anco per celia
Piú secoli adunò, grato aspettando
E per gli altri e per sé riso dall'ire
Settagenarie, che nel gioco accense
Fien, con molta raucedine e con molto
Tentennar di parrucche e cuffie alate.
 



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600
    Già per l'aula beata a cento intorno
Dispersi tavolier seggon le dive,
Seggon gli eroi, che dell'Esperia sono
Gloria somma o speranza. Ove di quattro
Un drappel si raccoglie: e dove un altro
Di tre soltanto. Ivi di molti e grandi
Fogli dipinti il tavolier si sparge:
Qui di pochi e di brevi. Altri combatte;
Altri sta sopra a contemplar gli eventi
De la instabil fortuna e i tratti egregi
 



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610
Del sapere o dell'arte. In fronte a tutti
Grave regna il consiglio: e li circonda
Maestoso silenzio. Erran sul campo
Agevoli ventagli, onde le dame
Cercan ristoro all'agitato spirto
Dopo i miseri casi. Erran sul campo
Lucide tabacchiere. Indi sovente
Un'util rimembranza un pronto avviso
Con le dita si attigne: e spesso volge
I destini del gioco e de la veglia
 



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620
Un atomo di polve. Ecco sen ugne
La panciuta matrona intorno al labbro
Le calugini adulte: ecco sen ugne
Le nari delicate e un po' di guancia
La sposa giovinetta. In vano il guardo
D'esperto cavalier, che già su lei
Medita nel suo cor future imprese,
Le domina dall'alto i pregi ascosi:
E in van d'un altro, timidetto ancora,
Il pertinace piè l'estrema punta
 



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630
Del bel piè le sospigne. Ella non sente
O non vede o non cura. Entro a que' fogli,
Ch'ella con man sí lieve ordina o turba,
De le pompe muliebri a lei concesse
Or s'agita la sorte. Ivi è raccolto
Il suo cor la sua mente. Amor sorride;
E luogo e tempo a vendicarsi aspetta.
    Chi la vasta quiete osa da un lato
Romper con voci successive or aspre
Or molli or alte ora profonde, sempre
 



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640
Con tenore ostinato, al par di secchi
Che scendano e ritornino piagnenti
Dal cupo alveo dell'onda; o al par di rote
Che, sotto al carro pesante, per lunga
Odansi strada scricchiolar lontano?
L'ampia tavola è questa, a cui s'aduna
Quanto mai per aspetto e per maturo
Senno il nobil concilio ha di piú grave
O fra le dive socere o fra i nonni
O fra i celibi già da molti lustri
 



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650
Memorati nel mondo. In sul tapeto
Sorge grand'urna, che poi scossa in volta
La dovizia de' numeri comparte
Fra i giocator, cui numerata è innanzi
D'immagini diverse alma vaghezza.
Qual finge il vecchio che con man la negra
Sopra le grandi porporine brache
Veste raccoglie; e rubicondo il naso
Di grave stizza alto minaccia e grida,
L'aguzza barba dimenando. Quale
 



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660
Finge colui che con la gobba enorme
E il naso enorme e la forchetta enorme
Le cadenti lasagne avido ingoia.
Quale il multicolor zanni leggiadro,
Che, col pugno posato al fesso legno,
Sovra la punta dell'un piè s'innoltra;
E, la succinta natica rotando,
Altrui volge faceto il nero ceffo.
Né d'animali ancor copia vi manca,
O al par d'umana creatura l'orso
 



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670
Ritto in due piedi, o il miccio, o la ridente
Simmia, o il caro asinello, onde a sé grato
E giocatrici e giocator fan speglio.
 

 




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