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  ♦ V Il brindisi
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  ♦ VIII La primavera
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TERZINE
  ♦ Per le nozze di Rosa Giuliani...
 
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I
L'INNESTO DEL VAIUOLO



Al dottore Giammaria Bicetti de' Buttinoni

O Genovese ove ne vai? qual raggio
Brilla di speme su le audaci antenne?
Non temi oimè le penne
Non anco esperte degli ignoti venti?
Qual ti affida coraggio
All'intentato piano
De lo immenso oceàno?
Senti le beffe dell'Europa, senti
Come deride i tuoi sperati eventi.

Ma tu il vulgo dispregia. Erra chi dice
 










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Che natura potesse all'uom confine
Di vaste acque marine,
Se gli diè mente onde lor freno imporre:
E dall'alta pendice
Insegnolli a guidare
I gran ronchi sul mare,
E in poderoso canape raccorre
I venti onde su l'acque ardito scorre.

Cosí l'eroe nocchier pensa, ed abbatte
I paventati d'Ercole pilastri;
 



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Saluta novelli astri;
E di nuove tempeste ode il ruggito.
Veggon le stupefatte
Genti dell'orbe ascoso
Lo stranier portentoso.
Ei riede; e mostra i suoi tesori ardito
All'Europa, che il beffa ancor sul lito.

Piú dell'oro, Bicetti, all'uomo è cara
Questa del viver suo lunga speranza:
Piú dell'oro possanza
 



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Sopra gli animi umani ha la bellezza.
E pur la turba ignara
Or condanna il cimento,
Or resiste all'evento
Di chi 'l doppio tesor le reca; e sprezza
I novi mondi al prisco mondo avvezza.

Come biada orgogliosa in campo estivo,
Cresce di santi abbracciamenti il frutto.
Ringiovanisce tutto
Nell'aspetto de' figli il caro padre;
 



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E, dentro al cor giulivo
Contemplando la speme
De le sue ore estreme,
Già cultori apparecchia artieri e squadre
A la patria d'eroi famosa madre.

Crescete, o pargoletti: un dí sarete
Tu forte appoggio de le patrie mura,
E tu soave cura
E lusinghevol esca ai casti cori.
Ma, oh Dio, qual falce miete
 



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De la ridente messe
Le sí dolci promesse?
O quai d'atroce grandine furori
Ne sfregiano il bel verde e i primi fiori?

Fra le tenere membra orribil siede
Tacito seme: e d'improvviso il desta
Una furia funesta
De la stirpe degli uomini flagello.
Urta al di dentro, e fiede
Con lievito mortale;
 




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E la macchina frale
O al tutto abbatte, o le rapisce il bello,
Quasi a statua d'eroe rival scarpello.

Tutti la furia indomita vorace
Tutti una volta assale ai piú verd'anni:
E le strida e gli affanni
Dai tuguri conduce a' regi tetti;
E con la man rapace
Ne le tombe condensa
Prole d'uomini immensa.
 




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Sfugge taluno è vero ai guardi infetti;
Ma palpitando peggior fato aspetti.

Oh miseri! che val di medic'arte
Né studi oprar né farmachi né mani?
Tutti i sudor son vani
Quando il morbo nemico è su la porta;
E vigor gli comparte
De la sorpresa salma
La non perfetta calma.
Oh debil arte, oh mal secura scorta,
 




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Che il male attendi, e nol previeni accorta!

Già non l'attende in Oriente il folto
Popol che noi chiamiam barbaro e rude;
Ma sagace delude
Il fiero inevitabile demòne.
Poiché il buon punto ha colto
Onde il mostro conquida,
Coraggioso lo sfida;
E lo astrigne ad usar ne la tenzone
L'armi che ottuse tra le man gli pone.
 




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Del regnante velen spontaneo elegge
Quel ch'è men tristo; e macolar ne suole
La ben amata prole,
Che non piú recidiva in salvo torna.
Però d'umano gregge
Va Pechino coperto;
E di femmineo merto
Tesoreggia il Circasso, e i chiostri adorna
Ove la dea di Cipri orba soggiorna.

O Montegú, qual peregrina nave,
 




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Barbare terre misurando e mari,
E di popoli vari
Disseppellendo antiqui regni e vasti,
E a noi tornando grave
Di strana gemma e d'auro,
Porta sí gran tesauro,
Che a pareggiare non che a vincer basti
Quel, che tu dall'Eussino a noi recasti?

Rise l'Anglia la Francia Italia rise
Al rammentar del favoloso innesto:
 



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E il giudizio molesto
De la falsa ragione incontro alzosse.
In van l'effetto arrise
A le imprese tentate;
Ché la falsa pietate
Contro al suo bene e contro al ver si mosse,
E di lamento femminile armosse.

Ben fur preste a raccor gl'infausti doni
Che, attraversando l'oceàno aprico,
Lor condusse Americo;
 



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E ad ambe man li trangugiaron pronte.
De' lacerati troni
Gli avanzi sanguinosi,
E i frutti velenosi
Strinser gioiendo; e da lo stesso fonte
De la vita succhiàr spasimi ed onte.

Tal del folle mortal tale è la sorte:
Contra ragione or di natura abusa;
Or di ragion mal usa
Contra natura che i suoi don gli porge.
 



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Questa a schifar la morte
Insegnò madre amante
A un popolo ignorante;
E il popol colto, che tropp'alto scorge,
Contro ai consigli di tal madre insorge.

Sempre il novo ch'è grande appar menzogna,
Mio Bicetti, al volgar debile ingegno:
Ma imperturbato il regno
De' saggi dietro all'utile s'ostina.
Minaccia né vergogna
 



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Nol frena, nol rimove;
Prove accumula a prove;
Del popolare error l'idol rovina,
E la salute ai posteri destina.

Cosí l'Anglia la Francia Italia vide
Drappel di saggi contro al vulgo armarse.
Lor zelo indomit'arse,
E di popolo in popolo s'accese.
Contro all'armi omicide
Non piú debole e nudo,
 




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Ma sotto a certo scudo
Il tenero garzon cauto discese;
E il fato inesorabile sorprese.

Tu sull'orme di quelli ardito corri
Tu pur, Bicetti; e di combatter tenta
La pietà violenta
Che a le insubriche madri il cor implíca.
L'umanità soccorri;
Spregia l'ingiusto soglio
Ove s'arman d'orgoglio
 




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La superstizion, del ver nemica,
E l'ostinata folle scola antica.

Quanta parte maggior d'almi nipoti
Coltiverà nostri felici campi!
E quanta fia che avvampi
D'industria in pace o di coraggio in guerra!
Quanta i soavi moti
Propagherà d'amore,
E desterà il languore
Del pigro Imene, che infecondo or erra
 




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Contro all'util comun di terra in terra!

Le giovinette con le man di rosa
Idalio mirto coglieranno un giorno:
All'alta quercia intorno
I giovinetti fronde coglieranno;
E alla tua chioma annosa,
Cui per doppio decoro
Già circonda l'alloro,
Intrecceran ghirlande, e canteranno:
«Questi a morte ne tolse o a lungo danno».
 




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Tale il nobile plettro infra le dita
Mi profeteggia armonioso e dolce
Nobil plettro che molce
Il duro sasso dell'umana mente;
E da lunge lo invita
Con lusinghevol suono
Verso il ver, verso il buono;
Né mai con laude bestemmiò nocente
O il falso in trono o la viltà potente.
 




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