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IL GIORNO
  ♦ Il mattino
  ♦ Il meriggio
  ♦ Il vespro
  ♦ La notte
 
ODI
  ♦ I L'innesto del vaiuolo
  ♦ II La salubrità dell'aria
  ♦ III La vita rustica
  ♦ IV Il bisogno
  ♦ V Il brindisi
  ♦ VI La impostura
  ♦ VII Il piacere e la virtú
  ♦ VIII La primavera
  ♦ IX La educazione
  ♦ XXV Alla Musa
 
TERZINE
  ♦ Per le nozze di Rosa Giuliani...
 
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II
LA SALUBRITÀ DELL'ARIA



Oh beato terreno
Del vago Èupili mio,
Ecco al fin nel tuo seno
M'accogli; e del natio
Aere mi circondi;
E il petto avido inondi.

Già nel polmon capace
Urta sé stesso e scende
Quest'etere vivace,
Che gli egri spirti accende,
 








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E le forze rintegra,
E l'animo rallegra.

Però ch'austro scortese
Qui suoi vapor non mena:
E guarda il bel paese
Alta di monti schiena,
Cui sormontar non vale
Borea con rigid'ale.

Né qui giaccion paludi,
Che dall'impuro letto
 




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Mandino ai capi ignudi
Nuvol di morbi infetto:
E il meriggio a' bei colli
Asciuga i dorsi molli.

Pèra colui che primo
A le triste oziose
Acque e al fetido limo
La mia cittade espose;
E per lucro ebbe a vile
La salute civile.
 




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Certo colui del fiume
Di Stige ora s'impaccia
Tra l'orribil bitume,
Onde alzando la faccia
Bestemmia il fango e l'acque
Che radunar gli piacque.

Mira dipinti in viso
Di motali pallori
Entro al mal nato riso
I languenti cultori:
 




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E trema, o cittadino,
Che a te il soffri vicino.

Io de' miei colli ameni
Nel bel clima innocente
Passerò i dí sereni
Tra la beata gente,
Che di fatiche onusta
È vegeta e robusta.

Qui con la mente sgombra,
Di pure linfe asterso,
 




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Sotto ad una fresc'ombra
Celebrerò col verso
I villan vispi e sciolti
Sparsi per li ricolti;

E i membri non mai stanchi
Dietro al crescente pane;
E i baldanzosi fianchi
De le ardite villane;
E il bel volto giocondo
Fra il bruno e il rubicondo:
 




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Dicendo: «Oh fortunate
Genti, che in dolci tempre
Quest'aura respirate
Rotta e purgata sempre
Da venti fuggitivi
E da limpidi rivi.

Ben larga ancor natura
Fu a la città superba
Di cielo e d'aria pura:
Ma chi i bei doni or serba
 




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Fra il lusso e l'avarizia
E la stolta pigrizia?

Ahi, non bastò che intorno
Putridi stagni avesse;
Anzi a turbarne il giorno
Sotto a le mura stesse
Trasse gli scelerati
Rivi a marcir sui prati:

E la comun salute
Sagrificossi al pasto
 




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D'ambiziose mute,
Che poi con crudo fasto
Calchin per l'ampie strade
Il popolo che cade.

A voi il timo e il croco
E la menta selvaggia
L'aere per ogni loco
De' vari atomi irraggia,
Che con soavi e cari
Sensi pungon le nari.
 




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Ma al piè de' gran palagi
Là il fimo alto fermenta;
E di sali malvagi
Ammorba l'aria lenta,
Che a stagnar si rimase
Tra le sublimi case.

Quivi i lari plebei
Da le spregiate crete
D'umor fracidi e rei
Versan fonti indiscrete;
 




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Onde il vapor s'aggira,
E col fiato s'inspira.

Spenti animai, ridotti
Per le frequenti vie,
De gli aliti corrotti
Empion l'estivo die:
Spettacolo deforme
Del cittadin su l'orme!

Né a pena cadde il sole
Che vaganti latrine
 




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Con spalancate gole
Lustran ogni confine
De la città, che desta
Beve l'aura molesta.

Gridan le leggi, è vero;
E Temi bieco guata:
Ma sol di sé pensiero
Ha l'inerzia privata.
Stolto! e mirar non vuoi
Ne' comun danni i tuoi?»
 




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Ma dove ahi corro e vago
Lontano da le belle
Colline e dal bel lago
E dalle villanelle,
A cui sí vivo e schietto
Aere ondeggiar fa il petto?

Va per negletta via
Ognor l'util cercando
La calda fantasia,
Che sol felice è quando
 




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L'util unir può al vanto
Di lusinghevol canto.
 
 




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