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IL GIORNO
  ♦ Il mattino
  ♦ Il meriggio
  ♦ Il vespro
  ♦ La notte
 
ODI
  ♦ I L'innesto del vaiuolo
  ♦ II La salubrità dell'aria
  ♦ III La vita rustica
  ♦ IV Il bisogno
  ♦ V Il brindisi
  ♦ VI La impostura
  ♦ VII Il piacere e la virtú
  ♦ VIII La primavera
  ♦ IX La educazione
  ♦ XXV Alla Musa
 
TERZINE
  ♦ Per le nozze di Rosa Giuliani...
 
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XXV
ALLA MUSA



Te il mercadante, che con ciglio asciutto
Fugge i figli e la moglie ovunque il chiama
Dura avarizia nel remoto flutto,
   Musa, non ama.

Né quei, cui l'alma ambiziosa rode
Fulgida cura; onde salir piú agogna;
E la molto fra il dí temuta frode
   Torbido sogna.

Né giovane, che pari a tauro irrompa
Ove alla cieca piú Venere piace:
 









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Né donna, che d'amanti osi gran pompa
   Spiegar procace.

Sai tu, vergine dea, chi la parola
Modulata da te gusta od imíta;
Onde ingenuo piacer sgorga, e consola
   L'umana vita?

Colui cui diede il ciel placido senso
E puri affetti e semplice costume;
Che, di sé pago e dell'avito censo,
   Piú non presume;
 




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Che spesso al faticoso ozio de' grandi
E all'urbano clamor s'invola, e vive
Ove spande natura influssi blandi
   O in colli o in rive;

E in stuol d'amici numerato e casto,
Tra parco e delicato al desco asside;
E la splendida turba e il vano fasto
   Lieto deride;

Che ai buoni, ovunque sia, dona favore;
E cerca il vero; e il bello ama innocente;
 





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E passa l'età sua tranquilla, il core
   Sano e la mente.

Dunque perché quella sí grata un giorno,
Del giovin cui diè nome il dio di Delo,
Cetra si tace; e le fa lenta intorno
   Polvere velo?

Ben mi sovvien quando, modesto il ciglio,
Ei già, scendendo a me, giudice fea
Me de' suoi carmi: e a me chiedea consiglio:
   E lode avea.
 




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Ma or non piú. Chi sa? Simíle a rosa
Tutta fresca e vermiglia al sol che nasce,
Tutto forse di lui l'eletta sposa
   L'animo pasce.

E di bellezza, di virtú, di raro
Amor, di grazie, di pudor natio
L'occupa sí, ch'ei cede ogni già caro
   Studio all'oblio.

Musa, mentr'ella il vago crine annoda
A lei t'appressa; e con vezzoso dito
 





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A lei premi l'orecchio; e dille, e t'oda
   Anco il marito:

«Giovinetta crudel, perché mi togli
Tutto il mio D'Adda, e di mie cure il pregio,
E la speme concetta, e i dolci orgogli
   D'alunno egregio?

Costui di me, de' genii miei si accese
Pria che di te. Codeste forme infanti
Erano ancor, quando vaghezza il prese
   De' nostri canti.
 




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Ei t'era ignoto ancor quando a me piacque.
Io di mia man per l'ombra e per la lieve
Aura de' lauri l'avviai ver l'acque
   Che, al par di neve

Bianche le spume, scaturir dall'alto
Fece Aganippe il bel destrier che ha l'ale:
Onde chi beve io tra i celesti esalto
   E fo immortale.

Io con le nostre il volsi arti divine
Al decente, al gentile, al raro, al bello:
 





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Fin che tu stessa gli apparisti al fine
   Caro modello.

E se nobil per lui fiamma fu desta
Nel suo petto non conscio, e s'ei nodria
Nobil fiamma per te, sol opra è questa
   Del cielo e mia.

Ecco già l'ale il nono mese or scioglie
Da che sua fosti, e già, deh ti sia salvo,
Te chiaramente in fra le madri accoglie
   Il giovin alvo.
 




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Lascia che a me solo un momento ei torni;
E novo entro al tuo cor sorgere affetto,
E novo sentirai dai versi adorni
   Piover diletto:

Però ch'io stessa, il gomito posando
Di tua seggiola al dorso, a lui col suono
De la soave andrò tibia spirando
   Facile tono:

Onde rapito, ei canterà che sposo
Già felice il rendesti, e amante amato;
 





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E tosto il renderai dal grembo ascoso
   Padre beato.

Scenderà in tanto dall'eterea mole
Giuno, che i preghi de le incinte ascolta;
E vergin io de la Memoria prole,
   Nel velo avvolta,

Uscirò co' bei carmi; e andrò gentile
Dono a farne al Parini, italo cigno,
Che, ai buoni amico, alto disdegna il vile
   Volgo maligno».
 




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