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  ♦ V Il brindisi
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  ♦ VIII La primavera
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TERZINE
  ♦ Per le nozze di Rosa Giuliani...
 
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PER LE NOZZE DI ROSA GIULIANI E GAETANO FIORI



Signora Rosa mia saggia e dabbene,
Lo scriver versi per chi si marita
È una cosa che a molti non conviene.

Voi mi domanderete perché uscita
Fuor di bocca mi sia questa sentenza:
Ed eccovi di ciò bella e chiarita.

Prima, perché talun scrive giú senza
Guardar che non mai ebbe a' giorni suoi
Punto de la poetica semenza;

Onde certi versacci nascon poi,
 









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Che per l'amor di Dio benedetto
Non v'è cosa che al mondo piú ti annoi,

Molti san fare ancor qualche sonetto,
Ma per far qualche cosa tuttavia
Non hanno a la modestia alcun rispetto.

Ti conducono all'uscio a far la spia;
Fanti veder Coniugio che vien drento,
E la Verginità che scappa via.

Cascan ne le sozzure insino al mento;
E fanti comparire una sporchezza
 




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Quel cosí alto e nobil sacramento.

Chi fa coraggio a la sposa, chi spezza
La zona virginal, chi in versi strani
Chiama Imene e la dea de la bellezza.

Ho visto epitalami sí villani
Che starien meglio, il ciel me lo perdoni,
Ne le nozze che fan tra loro i cani.

E non si potrebb'ei d'altre cagioni
Trarre argomenti, e non dar punto retta
A questi pensieracci gaglioffoni?
 





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Non si potrebbe andar per via piú retta:
E a sé stesso e a gli sposi fare onore,
Lasciando quel che a' bruti soli aspetta?

Io non gustai del maritale amore,
Però che giovinetto a la sua rete
San Pier m'ha colto papa e pescatore.

Ma non di men, quantunque io mi sia prete,
Vi porre' dir mill'altre belle cose,
Senza toccar quelle che voi sapete.

Di buoni avvertimenti una gran dose
 





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E di preservativi un po' morali
Io dare' in vece a gli sposi e a le spose.

Direi: «Non fate come gli animali
Che a pena terminato di trescare
Sono ancora nemici capitali.

Voi vi dovete, o sposi, sempre amare,
Non già voltarvi in capo a pochi mesi
L'una al servente e l'altro a la comare.

Voi dovete pensar che siete presi
A un laccio cui non può scior se non morte,
 




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Non già le male usanze de' paesi».

Direi: «O sposo, la vostra consorte
È una compagna datavi da Dio,
Che che le passion dicano storte.

Frenate dunque il mobile desio;
E fuor del vostro nido non scappate,
Se non volete aver quel che dich'io.

Le vostre mogli trovansi gelate
Le fredde notti dell'umido verno,
Fannovi il muso, e voi vi lamentate?
 





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E voi, o sposa, abbiate buon governo
De le cose domestiche e de' figli;
Però ch'e' son la ruota e voi il perno.

Non ascoltate i malvagi consigli
Dell'interesse amico al vostro sesso,
Se non volete che al boccon vi pigli.

Non v'abusate, come s'usa adesso,
De' sposi sdolcinati che d'umana
Leggerezza dan nome ad ogni eccesso».

Ma 'l dir tai cose a voi è opra vana,
 





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Signora Rosa mia, la quale il ceto
Lasciate indietro de la plebe insana.

E 'l vostro gentil sposo vi tien dreto
Per quella via che voi segnate avanti,
Sol de la virtú vostra altero e lieto.

Ei non curò già quel che gl'ignoranti
Curan ne le lor mogli solamente,
Vale a dir la bellezza ed i contanti:

A queste cose non guardò niente,
Ben che n'aveste a dargliene in buon dato,
 




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Ma solo al bello de la vostra mente.

Sol per questo ei cercò d'avervi a lato;
E cosí dovria far chiunque ha senno,
Perché sia 'l matrimonio allegro e grato.

E quel medesmo che di lui accenno,
Io lo dico di voi, sposa gentile,
A cui le passion forza non fenno.

Voi come l'altre non foste sí vile
Che, a pena fuori uscite de' pupilli,
Vaghe sono del genere maschile;
 





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Ond'entran loro in capo certi grilli
Di volere a ogni modo un bel marito,
Pria che la lor beltà caschi o vacilli.

Voi non aveste di beltà prurito;
Ma sol congiunta a la virtú vi piacque,
Come sopra a un bel corpo un bel vestito.

Però è dover che sopra voi, com'acque,
Le benedizion piovan dal cielo,
Sposi, in che Amor cotanto si compiacque.

A me non lice penetrar nel velo
 





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Dell'avvenir, com'altri pari miei
Che hanno in corpo Elicona e Pindo e Delo.

Del resto anch'io cinque figliuoli o sei
Prometterievi alzando in aria i vanni;
E spiegherei lor toghe, armi e trofei.

Dire' che agl'indi e agli ultimi britanni
Andrà lor nome; e che a sí tristo guaio
Fia che l'odrisia luna il volto appanni.

Io non ve ne prometto pure un paio:
Che voi ne abbiate a avere è facil cosa;
 




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Io per me ve ne priego un centinaio;

Pur che agguaglino il padre e la sua sposa,
E sien di buona pianta buone frutte;
Ché quest'è, come ho letto in versi e in prosa,

La benedizion miglior di tutte.
 





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